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Destra, il video integrale del faccia a faccia tra Storace e Nardone

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Basta dividerci

nardone - destraPassare dalle divisioni alle moltiplicazioni. Questo, in soldoni, è il concetto che dovremmo cominciare a perseguire fattivamente se vogliamo che il sogno di un nuovo soggetto in grado di rappresentare tutte le anime della destra che ambisce a governare l’Italia non rimanga tale. Anzitutto tengo a chiarire un concetto: non ho nulla contro Matteo Salvini che considero, anzi, una risorsa importante se non addirittura imprescindibile per il centrodestra che verrà; molto semplicemente, ritengo che lui e la Lega Nord possano essere degli ottimi alleati, ma non certo il punto d’approdo per chi abbia in animo di dare vita a una destra nazionale che coltivi l’ambizione di restituire pieno diritto di cittadinanza a un comune sentire che, nel Paese, continua a essere maggioritario.

A tale proposito, mi domando che senso abbia, mentre ancora ci lecchiamo le ferite causate dallo scioglimento di Alleanza Nazionale nel Popolo della Libertà, considerare l’ipotesi di essere fagocitati nuovamente da un soggetto altro che, per quanto affine su alcuni temi (non certamente tutti, almeno per quanto mi riguarda), nella più raggiante delle ipotesi, non costituirebbe che l’ennesima soluzione di ripiego. Eppure, non curante delle lezioni del recente passato, la variegata galassia della destra italiana pare godere nell’autoflagellarsi di continuo, alimentando la percezione che tragga la propria linfa vitale da una sorta di autolesionismo congenito, che spinge chi la rappresenta alla spasmodica ricerca di elementi di rottura, quasi a voler creare in laboratorio il pretesto attraverso cui giustificare – a loro stessi e agli altri – l’impossibilità di stare uniti e la conseguente necessità di accasarsi altrove. Accadde ieri con Silvio Berlusconi, e rischia di ripetersi oggi con Matteo Salvini. Pensateci.

Quando, nel 2011, pubblicai la prima edizione del mio libro “La destra che vorrei”, ero assolutamente conscio del fatto che sarebbe risultato indigesto ai più, visto e considerato che in quelle pagine mi spinsi a criticare apertamente tanto Berlusconi quanto Gianfranco Fini in una fase, è bene ricordarlo, in cui entrambi godevano ancora del favore di una grossa fetta dell’opinione pubblica, oltre che dei rispettivi “eserciti”. Tuttavia, il mio intento non è certamente quello puerile e poco costruttivo di limitarmi a rivendicare che «avevo ragione» ma, piuttosto, di prendere atto di quanto un’analisi siffatta possa essere assai più produttiva oggi che le bocce sono ferme o quasi che non ieri, quando gli animi erano ancora surriscaldati.

D’altra parte, quali che siano le singole convinzioni, vi sfido a trovare ancora qualcuno che non si sia dovuto arrendere di fronte alla triste evidenza dei fatti di un’area politica completamente rasa al suolo e tuttora votata all’immobilismo e financo all’autodistruzione del bunker in cui è rintanata. Allora, visto che sono abituato a guardare il bicchiere mezzo pieno, penso che non esista momento più propizio di questo per scrollarci di dosso le tossine delle divisioni da cui siamo stati contaminati in passato, per poi produrci in un slancio che possa consentirci di spiccare quel volo che non sarà pindarico solo se saremo capaci di mettere da parte discussioni di piccolo cabotaggio imperniate sulla rivendicazione del particulare, in ragione di un progetto inclusivo nel quale – partendo da un pugno di punti non negoziabili (penso all’amor di Patria, alla lotta senza quartiere a un fisco oppressivo, alla battaglia per l’Europa dei Popoli in antitesi a quella delle banche e dei poteri forti, alla difesa della nostra Civiltà, alla riaffermazione del concetto di legalità e della certezza della pena, allo sviluppo dell’economia attraverso il rilancio della cultura, alla tutela della Famiglia e dei più deboli) attorno a cui tutti noi possiamo stringerci – ci siano ampi spazi di discussione. Non più imposizioni calate dall’alto ma, semmai, una fusione con il basso, che trasformi il partito che verrà in un tutt’uno con la gente attraverso strumenti come la Rete e le Primarie, ma anche riacquisendo la funzione vitale di punto di riferimento per il territorio.

Ciò che dobbiamo a noi stessi ma, sopratutto, alla memoria dei nostri padri e all’avvenire dei nostri figli è un Movimento Nazionale che diventi la casa di tutte le donne e di tutti gli uomini di buona volontà che abbiano la forza e il coraggio di caricarsi sulle spalle la responsabilità del nostro destino. I tempi sono bui, certo, ma questo non significa che siamo condannati alla notte eterna.

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PDL ADDIO, LA VERA DESTRA NON PUO’ ASPETTARE

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LA DESTRA RINASCE USCENDO DALL’IPOCRISIA

Tra i meriti dell’appello di Veneziani, c’è sicuramente quello di aver riaperto un dibattito che, per troppo tempo, è covato sotto la cenere. O meglio, diciamo che la discussione in merito al destino della destra italiana ed alla ricostruzione della sua identità, fino ad ora è stato deliberatamente nascosto sotto il tappeto, con un atteggiamento che porta alla mente quelle persone che evitano di andare a farsi gli esami del sangue perché terrorizzate dall’ipotesi di sentirsi dire di essere malate. Occhio non vede cuore non duole, insomma. Peccato che, nella stragrande maggioranza dei casi, quel genere di persone non riesca a curare la propria malattia perché “non presa in tempo”. Spiace dirlo, ma è esattamente quello che sta accadendo al Pdl e, in particolare, alla sua componente proveniente da una moribonda Alleanza Nazionale. Ora, non sarà elegante, ma andrò dritto e dirò esattamente ciò che penso, a costo d’inimicarmi qualcuno. Tanto non sarebbe la prima e non sarà certo l’ultima volta. Quando, a ridosso delle regionali contestai, per primo, la nomina della Minetti, dissero ch’ero un matto. Ora, se non sbaglio, non c’è dirigente del Pdl che non perda occasione per darle addosso. Quando, circa un anno fa, scesi in piazza a raccogliere le firme per il referendum contro il Porcellum, molti “colleghi” di partito mi apostrofarono in malo modo, dicendo ch’ero un traditore. Adesso, e credo proprio di non sbagliarmi, nel Pdl è corsa a chi la spara più grossa contro il “parlamento dei nominati”. Quando, nel luglio scorso, organizzammo a Mantova la prima assemblea autoconvocata del Pdl, da Roma partirono decine e decine di telefonate (troppa grazia) per tentare di dissuadere i militanti a partecipare, perché quella “non era un’iniziativa vicina al partito”. In questi giorni, se non ho visto e letto male, è tutto un fiorire di contestatori da allevamento: ci sono i formattatori, quelli dello zero, i patrioti ma non solo, sì, perché adesso (e solo adesso) perfino alte cariche dello Stato come il Presidente del Senato Schifani hanno trovato il fegato per mostrare i muscoli e dire – con piglio deciso – che no, così non ci siamo proprio. Certo, adesso che la nave affonda. Benissimo, meglio tardi che mai, qualcuno potrebbe dire. Invece no, perché il problema manifesto di questa classe dirigente e di tutto il suo sottobosco è che, per il timore di compromettere i propri presente e futuro, non abbia le palle per dire le cose esattamente come stanno. Qualche esempio? Se decidi di contestare le nomine “alla Minetti” devi anche avere le palle per dire che Berlusconi ha fatto una cazzata pazzesca a metterla lì, altrimenti lascia perdere, perché fai ridere. Se improvvisamente t’accorgi che il Pdl non è più in grado d’incarnare valori come la famiglia e la legalità, e poi voti che Ruby è la nipote di Mubarak o le leggine su processo breve, lungo e decaffeinato, beh, la tua credibilità, agli occhi della gente e dei militanti, subisce inevitabilmente un altro colpo mortale. Magari ti seguiranno i fanatici e qualche formattatore alla disperata ricerca, se non di un hard disk di primissimo pelo, quanto meno di una chiavetta usb nella quale potersi installare, ma non certo il popolo. Il problema di questa classe dirigente è proprio questo, le palle. Prendiamo Fini, adesso leggo che tutti stramaledicono lui e la sua decisione di sciogliere An nel Pdl, ed hanno ragione, ma – mi domando – dov’erano costoro quando l’allora presidente di Alleanza Nazionale prese quella sciagurata decisione? Perché non si opposero? Opportunismo? Forse. Miopia politica? Certamente. Ovvio, sarebbe ipocrita dire che nessuno debba avere delle ambizioni, ma diamine, da qui a sacrificare sull’altare del potere personale un’intera Comunità umana ed ideale ce ne corre, eccome se ce ne corre. Premessa lunga e dolorosa, lo so, ma sarebbe stato inutile affrontare la questione tentando di eludere, per l’ennesima volta, le cause di questa situazione di sfascio. Detto questo, Itaca, per come la vedo io, è lontana ma non irraggiungibile. Certo, arrivati a questo punto bisogna avere il coraggio di mollare, assieme agli ormeggi, anche una zavorra che è pesantissima. Mi riferisco, in primis, al berlusconismo ed a tutte le sue contraddizioni ma, anche e soprattutto, a quel complesso di sudditanza che, da troppo tempo, porta la mia generazione (mi ci metto anch’io, ovvio) a chinare il capo. Lo abbiamo fatto di fronte agl’incomprensibili “strappi” di Fini, e lo abbiamo ripetuto ingoiando, una via l’altra, tutte le polpette avvelenate di quest’ultimo (tristissimo) scorcio di berlusconismo. Parliamo, oltretutto, di una classe dirigente che, agli occhi della gente, è passata dall’altra parte della barricata: mentre nel 1992 la destra rappresentava l’antisistema oggi, quegli stessi interpreti, a torto o a ragione vengono additati come parte integrante del “sistema” che sta portando la nostra Nazione al declino. Non ci sono santi che tengano. Ecco, la destra deve tornare a “scagliarsi contro il sistema”, al fianco della gente. Non si tratta di rinnegare o, peggio ancora, di tradire niente e nessuno ma, al contrario – e so che a molti potrà apparire perfino banale – significa tornare ad essere noi stessi perché, al di là di tutto, la destra il suo spazio lo potrà ritrovare solo e soltanto attraverso la sua autenticità anche perché, ai surrogati, la gente ha già dimostrato di preferire altro. Concludo ancor più inelegantemente di come ho aperto, ovvero con un’auto citazione, le ultime righe del mio nuovo libro, se non altro perché ha un titolo che la dice tutta su quest’argomento: “La destra che vorrei – I rottamatori del Pdl e la fine del berlusconismo”: “Sarà scontro, lo so, perché molti di loro, quelli che non possiedono un reale background politico, non tollereranno di essere messi in discussione, leggeranno le nostre critiche come un affronto, diranno che siamo ingrati e traditori, arrivisti e qualunquisti, che la nostra è demagogia e che noi vogliamo soltanto prendere il loro posto. Beh, meglio essere esuberanti che apaticamente abituati a sopportare tutto, dico io! Il domani appartiene a noi: armiamoci, partiamo ed andiamo a conquistarcelo.”. Diamoci una mossa, Itaca non c’aspetterà per sempre.

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